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SI CHIUDE UN’ERA: ARRESTATO DOPO 30 ANNI IL BOSS DI “COSA NOSTRA” MATTEO MESSINA DENARO.

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Ormai restava solo lui di quella “Cosa Nostra”. Capo non capo, si chiude un’era. Era l’ultimo dei grandi ricercati. Irreperibile dal giugno del 1993, l’avevano avvistato in Sudamerica e in Tunisia, In Olanda e in Versilia. Ma era nella sua Sicilia. Matteo Messina Denaro, il boss di “Cosa Nostra” latitante da 30 anni, è ritenuto tra i mandanti degli attentati mafiosi avvenuti in Italia tra il 1992 e il 1993. In particolare, il boss figura tra i mandanti dell’attentato di via D’Amelio del 19 luglio 1992, nel quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta e, di conseguenza, figura anche tra i mandanti della Strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra le stragi ricondotte al boss di “Cosa Nostra” c’è anche quella dei Georgofili a Firenze avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 nei pressi della Galleria degli Uffizi e quella di via Palestro a Milano, il 27 luglio del 1993, nei pressi della Galleria d’Arte Moderna. In entrambi gli attentati persero la vita cinque persone. Infine, c’è la firma di Messina Denaro anche dietro l’attentato di via Fauro a Roma, quando, il 14 maggio del 1993, un’autobomba esplose vicino alla casa del giornalista Maurizio Costanzo. L’unica domanda lecita da porsi rispetto all’arresto della “primula rossa di Cosa Nostra” sarebbe: “perché ci sono voluti trent’anni per catturarlo, considerando che non ha vissuto in un bunker sotto terra, ma ha avuto la possibilità di muoversi liberamente nel suo territorio, fare affari e curarsi presso le strutture più prestigiose?”.  Solo l’analisi dei principi fondanti la criminalità mafiosa può aiutare a risolvere l’arcano: potere, consenso, omertà, il tutto sorretto da una ricchezza proveniente da attività criminali e violente. Quello delle mafie è un potere che dà ricchezza, diversamente da altre attività umane dove può capitare che sia la ricchezza posseduta a dare potere. La gestione del potere, a sua volta, permette l’accesso alle relazioni di influenza sociale e al conseguente controllo del territorio. E’ lecito porre il dubbio sull’esistenza di una sorta di macchinazione, finalizzata a sacrificare Messina Denaro in cambio di un certo affievolimento degli strumenti antimafia, in primis, quelli connessi al regime penitenziario? Lecito sì, ma sembrerebbe molto improbabile. Non si tratta di un anziano capo mafia che accetta di trascorrere i pochi anni che gli restano dietro le sbarre di un penitenziario in completo isolamento. Si tratta del più giovane capomafia di “Cosa Nostra”. Un uomo di 60 che trascorrerà il resto della sua vita in carcere in regime di 41 bis. E, seppur malato, verrà curato con i dovuti modi.
Fiorella Nicotera

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